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Ernesto
Ferrero



Nominare il mondo

La prolusione alla serata inaugurale del Salone del libo di trino 2010
Nella sua bella autobiografia intellettuale In questo io credo, il messicano Carlos Fuentes, uno dei finalisti del nuovo Premio Internazionale Salone del libro, ha ricordato che nel 1920 il 90% della popolazione del suo Paese era analfabeta. Il ministro della Pubblica Istruzione dei governi rivoluzionari, il filosofo José Vasconcelos, lanciò una campagna di alfabetizzazione molto contrastata, che prevedeva anche una collana di classici in edizioni molto curate. Omero e Virgilio, Platone e Plotino, Dante e Goethe. Per chi? si chiede Fuentes. Per un popolo di analfabeti, di poveri, di emarginati? E risponde: Esattamente. La pubblicazione di quei classici era un atto di speranza, era un modo di dire alla maggior parte dei messicani: un giorno starete al centro, non ai margini. Un giorno avrete i mezzi per comprare un libro. Un giorno potrete leggere e capire quello che già capiscono gli altri messicani. Il libro ci dice che esiste l’altro, che esistono gli altri, che la nostra personalità non si esaurisce in se stessa ma si esprime nell’obbligo morale di prestare attenzione al prossimo, che non è mai troppo vicino. Oggi più che mai uno scrittore, un libro e una biblioteca sono chiamati a nominare il mondo, a dare voce all’essere umano, specialmente agli esseri che non possono parlare. Oggi più che mai, dice ancora Fuentes, uno scrittore, un libro e una biblioteca ci dicono che se noi non nominiamo, nessuno ci darà un nome; se non parliamo, il silenzio imporrà il suo cupo dominio. Naturalmente occorre saper nominare attraverso un uso strettamente etico della parola. Per molti decenni, per gli italiani l’India era quella avventurosa di Salgari e quella pittoresca ma inoffensiva di Gozzano. Poi c’è stata l’India di Tagore e di Gandhi, di Kipling e di Forster, o quella visitata all’inizio degli anni ’60 dai primi viaggiatori inviati speciali, come Moravia, Pasolini o Manganelli, divisi tra lo spavento per le proporzioni bibliche di una miseria infinita e la preoccupazione che l’India, occidentalizzandosi troppo e male, potesse perdere i tesori della sua religiosità, così svincolata da regole e norme prescrittive: che insomma perdesse la sua anima profonda, anzi le sue molte anime. Diventati lettori appassionati di Siddharta, abbiamo trasformato l’India in una promessa di rigenerazione e salvezza. Come spesso accade, nel viaggio scopriamo non tanto il paese visitato quanto noi stessi attraverso quel Paese. Così abbiamo proiettato sull’India il trovarobato del nostro immaginario privato e collettivo. Finché trent’anni fa l’esplosione del romanzo di Salman Rushdie ci ha come rivelato il continente sommerso di una letteratura che da allora è entrata a far parte delle nostre scoperte, delle nostre curiosità, della nostra empatia. Nei cinque giorni che ci attendono, abbiamo la possibilità di misurare la lontananza/vicinanza dell’India su quel sensibile strumento di registrazione che sono la letteratura, l’arte, la storia. Non sarà più l’India che ci siamo inventati noi, con la presunzione di conoscere senza troppa fatica un continente abitato da un miliardo di uomini, e percorso da almeno 23 lingue principali, ma l’India raccontata dagli indiani. L’impetuoso sviluppo dell’India è seguito anche da noi con lo stupore che si deve alle performances imprevedibili e con qualche preoccupazione per le tensioni e le contraddizioni che quello sviluppo fatalmente porta con sé. Ancora una volta, tocca agli scrittori nominare le cose, raccontare, rompere il silenzio, farci avvicinare all’altro, agli altri, annullare le distanze. Gli scrittori che siamo lieti e onorati di accogliere a Torino hanno saputo fare esattamente questo: fondere il coraggio della ricerca, fino a correre dei rischi personali, con la misura espressiva della scrittura, dello stile. Sono necessari all’India e a noi tutti, perché non esiste Paese il cui destino non ci riguardi. Proprio alla comunità degli scrittori, degli editori e dei lettori è affidata la speranza di trasformare la babele delle lingue del mondo in una sola lingua: quella che sa dare voce e senso a quello che non capiamo, a quello che non sappiamo, a quello che dobbiamo difendere ad ogni costo.
 
 
 
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