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Ernesto
Ferrero



Omaggio a Gadda, maestro della letteratura slow

Le letture della Fondazione De Sanctis a Bologna con Pier Francesco Favino

È in corso il secondo ciclo di letture dei capolavori della nostra letteratura nei grandi teatri  italiani, organizzato dalla Fondazione De Sanctis.

L’11 gennaio si è tenuta al Teatro Comunale di Bologna la seata dedicata a Carlo Emilio Gadda, con le letture di Pier Francesco Favino, davvero splendide per intelligenza  e intensità, dalla Cognizione del dolore, dal Pasticciaccio e da Eros e Priapo.

Riporto qui il testo della mia introduzione critica.

 

 

 

Comincerò da una possibile conclusione: Carlo Emilio Gadda è perfettamente inattuale e proprio per questo tanto più necessario. In tempi di fast food culturale, esemplarmente, dichiaratamente, provocatoriamente slow. È l’esatto contrario del precotto sotto vuoto spinto o della pappa insapore al gusto di plastica che si può trovare sugli scaffali di qualunque supermercato librario. Esige calma, ma offre lussi linguistici ai quali non siamo più abituati e voluttà proporzionate alle sontuosità del banchetto verbale. Richiede alle nostre papille gustative di ritrovare la sensibilità che abbiamo colpevolmente trascurato e anzi mortificato.

 Non scrive nello scolorito traduttese di tanti pur bravi intrattenitori d’oggi, cioè in un italiano che è una pallida copia dell’inglese stenografato e tachicardico in cui scrivono i maestri del thriller e dell’hard boiled. Scrive in una lingua mai vista prima che, se mi è consentito indugiare ulteriormente sulle metafore gastronomiche, è la più farcita delle lasagne.

 Su uno strato iniziale di nobile italiano classicheggiante deposita via via concetti, modi e stilemi che ha prelevato da ogni ambito del sapere: letteratura, filosofia, storia, scienze, tecniche, gerghi e dialetti. La prodigiosa ricchezza delle lingue regionali e locali, che sembrava confinata nella lontana stagione postunitaria dei dizionari dialettali, e veniva vissuta dai letterati perbene dei primi decenni del secolo come un imbarazzante làscito provinciale, il relitto di un’epoca simpaticamente primitiva e un po’ ferina,

quella prodigiosa ricchezza perduta e unica al mondo ritrova nelle sue pagine l’antico smalto, una cromaticità tanto splendida da risultare quasi abbacinante, addirittura insolente. Proclamandosi bracconiere che reclama libero accesso ad ogni ambito linguistico, anche il più malfamato, l’ingegnere rivela una passione bulimica per il “vivente polipaio del’umana comunicativa”: dai classici alle voci basse e popolari, specchio di una vita ricca e intensa, in perenne fermento come il migliore dei gorgonzola, che lui usa come ariete contro la tanto detestata lingua dell’uso piccolo-borghese, “stenta, scolorata, tetra, uguale”. La lingua dello fast food narrativo, appunto.

Ho parlato di lasagne. In realtà è stato lo stesso Gadda, golosissimo gourmet con la passione dei risotti, a fornirci una memorabile immagine della propria cucina: una gran pentola di ottimo lesso:

 

“Una tensione magica sembra sostentar sulle fiamme il pentolone gaddiano, dove ribollono, con parvenze inattese, creature e forme tuttavia venutegli dal mondo. Così, dalle forconate che l’autore di quando in quando regala al suo lesso, taluno penserebbe una cottura laboriosa, a una vana magia. Ma tutti i pezzi di mala bestia con tutti i sedani e tutte le carote che egli butta a vorticare e a dar vapore in quel subbuglio, rinvengono l’un dopo l’altro a galla secondo necessità: una rappresentazione formale si adempie. Dalla congestione si schiarisce il disegno; nel disegno si ferma il giudizio: l’amarezza, il dolore disperato, lo scherno, la carità, la speranza; e, incancellabile, il richiamo alla terra”

 

In un’epoca tutta appiattita su un presente nevrotico e per lo più virtuale, che ha la stessa durata delle labili tracce che i sistemi digitali lasciano sullo schermo nostri computer, in un’epoca sciatta, banale e volgare che tende a rimuovere, che preferisce non sapere e non capire, che ha perso il senso della profondità cronologica e  delle radici, Gadda elabora nientemeno che un intero sistema filosofico-scientifico per catturare la complessità sempre più aggrovigliata del mondo, e ordinarla in una serie di articolazioni logiche.

Vuole costruire una rete affidabile per catturare quello che lui chiama “il pesciolino del probabile”.  Mira a riprodurre in laboratorio “l’articolazione combinatoria del mondo”. Ha l’ossessione delle cause ultime. Come si sa, un’immagine ricorrente nelle sue pagine – e lo sentiremo anche stasera- è quella del groviglio, del garbuglio, del gomitolo di cui bisogna trovare il bandolo. Scrivere un romanzo in fondo significa aprire un’istruttoria, inseguire la concatenazione dei fatti, iniziare un percorso giallo, magari correndo il rischio che l’indagine finisca per perdersi, ma anche per esaltarsi, in tante piste divergenti. Come appunto è accaduto anche a lui.

Ecco dunque annunciato il modernissimo concetto di rete, di una totalità che non ha un centro riconoscibile, concetto ormai domina le nostre vite ed era caro ad un altro eccellente  costruttore di congegni scientifico-letterari, Italo Calvino. Il suo  utilizzatore iniziale, come direbbe l’avvocato Ghedini è stato proprio distinto ingegnere elettrotecnico, ingegnere per obbligo famigliare e letterato per passione.

 

Voglio dire che Gadda è un sistema complesso che ci chiede di abbandonare le nostre pigrizie per accompagnarlo in un viaggio di scoperta ricco d’ogni possibile delizia. Scoprire cosa? Già Rilke, agli inizi del Novecento, aveva profeticamente denunciato la nostra progressiva incapacità di vedere quello che abbiamo sotto gli occhi, cioè di stupirci. E Primo Levi, cent’anni dopo, ci ricorderà che tutto è degno della nostra attenzione e della mostra meraviglia: dai misteri gaudiosi dell’uovo, che bollendo non si liquefa come si può supporre, ma si solidifica, agli stessi marciapiedi delle nostre città, su cui sono depositate le tracce rivelatrici delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti, generalmente incivili, ma non questo meno significativi.

Non diversamente, con Gadda persino la cacca di un gallina  può diventare il pretesto di spettacolo, in cui il divertimento nasce dal fatto che Gadda applica a un oggetto risibile un livello di scrittura molto alto, farcito con riferimenti dotti e poi appena abbassato di tono attraverso un tocco dialettale:

 

“Un cioccolatinone verde intorcolato alla Borromini come i grumi di solfo colloidale delle acque àlbule: e in vetta in vetta uno scaracchietto di calce, allo stato colloidale pure isso, una crema chiara chiara, di latte pastorizzato pallido, come già allora usava”.

 

Ecco che nelle sue mani la puzza emanata da un contadino diventa una “esibizione olfìmica di valerianàti, formiàti e caprilìti”. Di uno zabaglione dice che nasce da  “due lecitìnici globi sbattuti nel vin bianco”.  Le vistose natiche di una cameriera diventano “proterve emimorfìe”, e le sue mammelle “dotti galattofori”.

 

Il fenomenico mondo è dunque un catalogo di portenti da indagare e mettere in rete.

C’è in Gadda la vocazione dell’enciclopedista, con il relativo gusto per i cataloghi, di un Plinio del Novecento; una vocazione che gli arriva per li rami  dall’ambiente in cui è nato e in cui si è formato. È la famosa linea lombarda:  l'amatissimo Manzoni e Carlo Porta, ma anche Beccaria, i fratelli Verri e il "Caffè", Carlo Cattaneo: una linea europea, civile, concretamente scientifica, empirica, con una conseguente attitudine a misurare, sperimentare, governare, amministrare, che coltiva la storia come maestra di vita civile. Anche per questo l’ingegner Gadda sarebbe piaciuto a Francesco De Sanctis e alla sua idea di letteratura come storiografia.  Per questo abbiamo pensato di proporlo all’interno della seconda serie delle letture De Sanctis.

Naturalmente, come è spesso è accaduto nel Novecento, (pensiamo a Musil) ogni tentativo di ridurre il Caos a Logos, ogni pretesa ordinatrice quanto più grandiosa e temeraria si è risolta in un scacco, e tuttavia le sconfitte riescono spesso più produttive delle vittorie.

 Gadda non arriva alla mèta che si era prefissa, ma le sue divagazioni, il suo perdersi e ritrovarsi, il suo furibondo corpo-a-corpo con le cose, il suo intestardirsi nell’indagine pur sapendo che la partita sarà comunque persa garantisce la tensione dello spettacolo.

Non credo esista nell’intera letteratura mondiale una tale fissione nucleare di spinte centrifughe, lampi, allusioni, rimandi, citazioni, strizzate d’occhio, che ad ogni parola fanno deflagrare la pagina.

Naturalmente con questo entriamo nel campo delle nevrosi e delle ossessioni. Nel Big Bang di uno scrittore c’è spesso, probabilmente, un bambino ferito. Gadda non fa eccezione. Figlio di secondo letto di un piccolo imprenditore varesino della sericoltura che come imprenditore era un disastro e che per di più aveva investito le già vacillanti sostanze famigliari nella costruzione della famigerata villa di Longone, in Brianza, enorme, bollente d’estate e gelida d’inverno, che è poi la vera ed esecrata protagonista della Cognizione del dolore, questo figlio timido e ipersensibile sperimenta privazioni e umiliazioni, il sadismo degli educatori, un difficile rapporto con la madre, tutte cose che lo segneranno. Il mondo gli appare sin da allora una “inutile, bestiale diavoleria”.

Sempre dubitoso del suo proprio esistere, Gadda si sentirà respinto, e quindi disperatamente attratto, dalle cose, dalla loro tranquilla matericità. La scelta letteraria del pastiche, cioè del rifacimento grottesco, della beffa dissacrante, esemplifica bene il tormentoso rapporto di amore e odio che Gadda intrattiene con gli oggetti della propria indagine.

Non gli andrà meglio nemmeno entrando nell’età adulta. Quando scoppia la guerra, e nel giugno del 1915 viene richiamato alle armi in un reggimento di Alpini, il giovane Gadda la accetta come una specie di prova  crudele ma necessaria, in cui il paese avrebbe trovato le virtù che non possedeva: il rigore, il senso del dovere, la disciplina, la volontà.

Vuol mettersi alla prova anche lui per primo. La realtà gli si rivela molto diversa. Una volta al fronte, il giovane idealista scopre ovunque disorganizzazione, impreparazione, ignoranza. I comandanti sono dei pasticcioni cinici e irresponsabili, i generali dei perfetti asini, il re uno scemo balbuziente; i soldati degli scansafatiche, dei bruti. Angosciato, il neo- ingegnere assiste sgomento al trionfo del Caos che tanto odia.

Suprema umiliazione, la rotta di Caporetto: è fatto prigioniero con i suoi soldati, e deportato in un Lager dell'Hannover.

 

Dunque un uomo di contraddizioni potenti, agitato da una vera dialettica dei contrari: dovere dell’ordine e fascino del caos, romanzo e antiromanzo, tragedia e grottesco, storia e cronaca, filosofia e pettegolezzo, elegia e satira, invettiva e pietà, amore per l’uomo e delusione furente per i suoi limiti.

Sulle sue scissioni di borghese prigioniero dei riti formalistici che aborriva, su quel zio  cerimonioso sempre correttamente vestito di grigio che aveva l’ossessione di offendere la suscettibilità altrui suscettibilità  e arrivava agli appuntamenti con la scatola di marrons glacés,  è fiorita una gustosa aneddotica scritta e orale da parte di amici e colleghi, come Giulio Cattaneo o Goffredo Parise, che  gli combinavano scherzi anche un po’ crudeli, magari giocando con il suo terrore del matrimonio. Racconta Parise che negli ultimi tempi un editore estero andò a trovarlo in compagnia di una figlia ventenne adorna di una peluria che la faceva sembrare provvista di un paio di allegri baffetti.

Gadda si convinse che la visita fosse una vera e propria proposta matrimoniale, chiese consiglio a Parise che suggerì senz’altro il matrimonio, ma aggiunse: “Sei sicuro di piacerle?”. “Questo no- rispose Gadda- non sono affatto sicuro, sono vecchio, sono malato, ma per mia disgrazia sono scapolo”.

 

Lo aveva già detto Flaubert : “Siate borghesi nella vita per essere rivoluzionari nell’arte”.  Borghese perfetto,  Gadda era, se non un eversore, certamente un innovatore, vicino alle sperimentazioni del cubismo, dell’espressionismo e del futurismo, anche se detestava l’esibizionismo e il presenzialismo narcisistico di Marinetti e dei suoi sodali. Non a caso le neoavanguardie letterarie degli anni ’60, da Arbasino a Sanguineti e Balestrini, lo acclameranno come loro padre nobile. Ma prima di arrivare a tanto Gadda è rimasto a lungo confinato nel limbo degli stravaganti e degli eccentrici; e gli sono state appioppate etichette fuorvianti, come quelle di scapigliato e di barocco. Per non dire dell’altra accusa corrente: Gadda è difficile, perfino oscuro.

Oscuro certamente no, perché tutto in lui è detto con la massima precisione. La sua prosa non può essere migliorata, non si può trovare un sinonimo che migliore della parola che lui ha scelto.

Quanto alla difficoltà, è chiaro che il lettore deve essere equipaggiato di una buona strumentazione linguistica, deve avere una minima predisposizione ad andare in montagna, certo non essere di quelli che prendono l’auto per andare dal tabaccaio che dista cinquanta metri da casa.

D’altra parte non si legge Gadda per sapere come va a finire (anche perchè non va a finire: tanto la Cognizione quanto il Pasticciaccio  si chiudono senza che ci venga chiaramente detto chi è l'assassino). Si legge Gadda per essere arricchiti e come potenziati dal più sontuoso spettacolo che la letteratura italiana abbia prodotto.

 

Un’ultima cosa. Così vocato al drammatico, Gadda è, oltreché che uomo sommamente spiritoso in vita,  grande scrittore comico. Un lettore che gli abbandoni si ritroverà a farsi delle grasse risate da solo. Valga  il brano di una sua lettera ai vecchi amici milanesi, in cui si diverte a descrivere i suoi ultimi giorni:

 

"Valetudinario, nevrastenico, ultramisantropo, desideroso di schiacciare a colpi di ciabatta i quarantasei milioni di mangiamaccheroni, giunto alla miseria...con pazze rabbie contro el mè Milan, el Milàn e poeu pu, Milan l'è on gran Milan, cara el mè Milanash, ch'el me saluda la mia Madonina, ecc. ecc. ecc., e con l'ulcera gastrica che a quando a quando mi butta a terra e uno zampone gonfio come un confratello di Modena, discendo lentamente nel sepolcro, avvolto da una nuvola di rabbia, sprigionando maledizioni e giuroni alla facciazza dei vicini di casa che mi disturbano, con la loro prole, le loro ghitarre, con la loro radio".

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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