Ammontano a tre milioni di copie i libri di Primo Levi venduti complessivamente nelle edizioni Einaudi. Se a queste si aggiungono le edizioni su licenza temporanea, come quelle abbinate ai quotidiani, arriviamo senza difficoltà ai tre milioni e mezzo di esemplari. Tutto bene, tutto chiaro, dunque? Le cose sono lievemente più complicate.
La storia della ricezione di Primo Levi in Italia è una vicenda punteggiata di letture semplificate, fraintendimenti, equivoci –tutti, si badi, in buona e anzi ottima fede- in cui l’adesione immediata e quasi intuitiva dei lettori spesso ha funzionato meglio dell’interpretazione critica, non sempre tempestiva, anche se chi sapeva vedere ha visto e capito per tempo.
È una vicenda oggi largamente nota e studiata, almeno dalla ricorrenza del decennale della morte di Levi –1997- che ha visto una notevole fioritura di studi e approfondimenti. Alludo, tra i tanti, all’edizione delle Opere complete curata da Marco Belpoliti per Einaudi, al numero monografico della rivista “Riga” per cure del medesimo Belpoliti, alle giornate di studio di Torino e Princeton 1989, San Salvatore Monferrato 1991, Assisi 1994; ai saggi di Alberto Cavaglion, Giovani Tesio, Giuseppe Grassano, Domenico Scarpa. Questo percorso è documentato fino al 1997 dall’antologia della critica che chi parla ha curato per Einaudi. Sono felice che questa antologia appaia oggi datata. Significa che il cantiere degli studi leviani anche in questi ultimi anni ha prodotto molto e bene.
Ma vediamo di fissare i momenti salienti della vicenda. Il diniego einaudiano del 1947, forse deciso da Pavese e comunicato all’autore da Natalia Ginzburg, è diventato una di quelle piccole leggende editoriali –come il consimile rifiuto vittoriniano del Gattopardo - che servono più per abbassare al nostro livello gli illustri responsabili di quei “no” più che per capire contesti, situazioni e ambienti che quelle decisioni motivarono.
Sappiamo che l’edizione De Silva, voluta da Franco Antonicelli, ebbe commercialmente riscontri scarsi, ma fruttò all’autore una decina di recensioni “calorosamente convenzionali”, come le ha definite Cavaglion, tra cui però almeno tre interventi molto gratificanti: quella di Arrigo Cajumi, l’eccentrico, finissimo francesista che su “La Stampa” avvicina al giovane Italo Calvino; quella dello stesso Calvino che, incuriosito dal pezzo di Cajumi va a leggersi questo Levi e riconosce ad alcune sue pagine una vera potenza narrativa; e quella di Cesare Cases, il quale scrive che a differenza di altri libri usciti dalla stessa esperienza qui bisogna parlare di arte.
Il libro aveva comunque messo radici anche nel cuore degli einaudiani. In particolare si batterono a lungo per esso Paolo Boringhieri, che allora si occupava delle collane scientifiche, e Luciano Foà, segretario generale e futuro fondatore dell’Adelphi, lo stesso uomo che aveva scoperto e quasi imposto ai colleghi il Diario di Anna Frank.
Riuscirono a superare le perplessità dell’editore, che dopo molti anni spiegherà a sua discolpa: “Era un libro già edito, ancora in circolazione, e a me non piacciono tanto le cose già edite, non ci avverto il gusto e il desiderio della scoperta che ci anima sempre”.
Fu steso un contratto nel 1955, ma le difficoltà economico-finanziarie della casa fecero slittare l’uscita fino al 1958 e, si noti, nella collana dei “Saggi”, con un risvolto molto convinto redatto da Italo Calvino, che riprendeva alcuni passi della reecensione apparsa dieci anni prima.
L’edizione del 1958 è ampliata di una trentina di pagine, ma stranamente Antonicelli, suo primo editore, non se ne accorge. Buona è l’accoglienza sui fogli della sinistra, ma il libro viene usato principalmente per fini politici e didascalici: l'idra nazista è stata uccisa, ma può sempre risorgere; bisogna vigilare, perché ad esempio in Algeria la repressione francese si sta macchiando di crimini orribili.
Nascono e si consolidano con questa nuova edizione tre etichette, tutte variamente riduttive, che Primo si porterà dietro per anni: Levi il Testimone, sia pure per eccellenza. Levi scrittore occasionale, della domenica. Levi chimico che scrive.
Del testimone si loda l'equilibrio, l'assenza d’ogni accenno di retorica o di vittimismo, la strenua volontà di capire piuttosto che di condannare. Ma il fuoco dell'attenzione resta concentrato sull'oggetto Lager piuttosto che sulla sapienza antropologica e sulla qualità della scrittura con cui il Testimone smonta i meccanismi dello sterminio e analizza i comportamenti di vittime e carnefici. Ci vorranno anni per capire che chi era partito per Auschwitz su un vagone piombato era già uno scrittore, autore di poesie (Crescenzago) e racconti, che addirittura sognava –senza quasi confessarlo nemmeno a se stesso- di vivere del suo lavoro di scrittore. Che dello scrittore aveva l’occhio, cioè la capacità di scegliere e isolare tra milioni di dettagli opachi il particolare significante. Che dello scrittore aveva la prepotente fantasia, come ci ha attestato Eugenio Gentili Tedeschi, che faceva parte del piccolo gruppo torinese che negli anni ’40 aveva trovato lavoro a Milano. Il fantastico, come ha osservato Giuseppe Grassano, non è un elemento accessorio o marginale della personalità di Levi, ma qualcosa di profondamente connaturato, di fondativo.
Terza etichetta, il chimico che scrive nel tempo libero. Si diceva “chimico” come se questo fosse un handicap, una disabilità, una ridotta capacità del gusto e del senso musicale; come se la cultura tecnica e scientifica non offrisse un di più di strumenti cognitivi, come pure dimostravano il caso dell’ingegner Gadda o quello di Calvino, che aveva addirittura inscritto l’habitus della classificazione scientifica nel suo codice genetico, per via di due genitori botanici.
Sappiamo tuttavia che era stato lo stesso Levi a corroborare la leggenda dello scrittore per caso e per necessità: per abito di modestia e naturale riserbo, per non attizzare le invidie, le gelosie, l’aggressività della corporazione dei letterati, cui si sentiva estraneo. Solo nel 1985, nell’intervista rilasciata a Germaine Greer, Levi confesserà d’avere alimentato lui stesso la leggenda dell’occasionalità di un Se questo è un uomo scritto di getto, non pianificato. Figurarsi se un uomo, uno scrittore come lui poteva lasciare qualcosa agli automatismi di uno sfogo interiore.
Altra svolta, il 1963. Sin dal 1961 Alessandro Galante Garrone ha convinto l’amico a mettere finalmente per iscritto il racconto dell’avventuroso ritorno da Auschwitz, fatto tante volte oralmente. La tregua appare alla chetichella a marzo di un’annata di eccezionale densità letteraria. Escono nel giro di poche settimane Lessico famigliare della Ginzburg, La cognizione del dolore di Gadda, Il Consiglio d’Egitto di Sciascia, La giornata di uno scrutatore di Calvino, Lo scialle andaluso della Morante, Le memorie di Adriano della Yourcenar. Levi è poco più di un outsider, di un esordiente, ma il libro trova la sua strada da solo. Se ne occupano con calorosa adesione Antonicelli, Paolo Milano, Giancarlo Vigorelli. Terzo al Premio Strega, Levi vince a mani basse la prima edizione del Campiello; anche Se questo è un uomo, ripubblicato nella medesima collana dei “Coralli”, riprende a correre.
Ma quando tre anni dopo Levi decidere di raccogliere in volume i racconti d’ambito tenico-scientifico che aveva scritto e talvolta pubblicato negli anni precedenti, con l’incoraggiamento di Calvino, ecco che torna a scattare il fraintendimento. È possibile, è giusto, è lecito che il Testimone di Auschwitz si abbandoni a quelli che sembrano dei divertimenti un po’ superficiali? Non si corre il pericolo di urtare la suscettibilità e sensibilità dei lettori? Così Levi viene sacrificato sull’altare del “politicamente corretto”: invitato a pubblicare sotto pseudonimo, sceglie la nuova identità di Damiano Malabaila, che non è quella degli storici signori di Canale, ma più prosaicamente e più levianamente, quella di un negozio di ferramenta sulla quotidiana strada per la fabbrica di Settimo Torinese. Va anche detto che il risvolto editoriale mette il lettore sulla strada giusta per identificare senza difficoltà l’autore.
Piovono su Levi-Malabaila riserve e bacchettate severe, come quella che arriva dalla sinistra dello schieramento ideologico, “I Quaderni piacentini”, dove si parla di “ibrido fallimentare, cattiva letteratura, pessima fantascienza”. A difesa dell'imputato si erge brillantemente Cesare Cases: quell'ibrido gli sembra talora assai riuscito, gli piace perché al posto della crudeltà degli americani trova la malinconia umanistica, al posto dello stile sbrigativo una maggior consapevolezza linguistica, al posto delle astronavi l'atmosfera casalinga dei gabinetti scientifici, vecchi professori e commessi viaggiatori. Proprio la modestia e l'autenticità dell'impresa gli rendono cari i risultati. Nei racconti migliori, Cases coglie l'inquietudine di veder riemergere il mondo rovesciato del Lager.
Le perplessità non risparmiano anche la seconda raccolta di racconti, Vizio di forma. Si stenta a cogliere il nesso –pur evidente- che esiste tra le distorsioni mostruose di una ragione tutt’altro che dormiente che ieri ha pianificato le tecniche dello sterminio di massa (dell’annientamento morale di massa, prima di quello fisico), e oggi gioca con il fuoco di tecnologie che finiscono per disumanizzare l’uomo. È troppo scienziato, Levi, per avere della scienza una visione pacificata, rasserenante, olimpica e rettilinea, in cui tutto avviene in sale ordinate e pulitissime. Al contrario, è lui a sottolineare come la sua chimica non sia un astratto esercizio di formule nette e chiare, ma un corpo a corpo faticoso, anche angoscioso, come una materia ambigua, subdola e inerte, che sembra sottrarsi ad ogni intervento regolatore. Perché la natura non è soltanto imprevedibile, è addirittura ambigua nelle sue metamorfosi. E tuttavia la vita, recita uno dei suoi detti più famosi, nasce dall’impurità. Per questo egli rivendica la “flessibilità intellettuale che non teme le contraddizioni, anzi le accetta come un ingrediente immancabile della vita; e la vita è regola, è ordine che prevale sul Caos, ma la regola ha le sue pieghe, sacche inesplorate di eccezione, licenza, indulgenza e disordine.”
Bisogna attendere il 1975, l’anno in cui Primo lascia la fabbrica e può dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, perché Il sistema periodico provveda a saldare le sue molte anime, fino ad allora sparse e quasi contraddittorie: il testimone, il memorialista, lo scrittore fantastico, lo scrittore tecnico e scienziato. Ma La chiave a stella, elogio del lavoro ben fatto come promessa di una dignitosa felicità possibile in terra, viene quasi accolto –in un momento di dure lotte operaie- come una provocazione; né si coglie il pregio di un impasto linguistico che coniugava brillantemente la koinè italiana, il dialetto e il gergo tecnico. Bisognerà attendere un romanzo-romanzo, Se non ora quando?, del 1982; la traduzione del Processo di Kafka; e libri minori che aiutavano a definire il profilo e gli interessi intellettuali di Levi, come l’antologia personale La ricerca delle radici, voluta da Giulio Bollati, e acutamente recensita da Calvino: una delle poche presenze amicali, provvide e benigne, in questa storia un po’ malinconica.
Passiamo al secondo fraintendimento, che pure arriva da proprio da uno dei critici più benemeriti di Levi, Cesare Cases. Nel pur importante saggio introduttivo al primo volume delle Opere (1987), Cases indica in Levi l’eroe sfortunato dell’ottimismo tipicamente ottocentesco, liberale e positivista, dell’homo faber; e prima ancora di quell’Illuminismo su cui si è appuntata la critica radicale e quasi provocatoria di Horkheimer e Adorno. Cases parla insomma di Levi come di “uno degli ultimi grandi interpreti della fiducia occidentale di debellare i mostri dell’irratio affisandoli, riconoscendoli, additandoli”.
Sfugge a Cases che la scienza di Levi non è tanto un elemento ordinatore, quanto una macchina che produce errori, distorsioni, smottamenti, blackout. Ma attenzione: per Levi solo l’errore è interessante. L’asimmetria, l’anomalia sono il varco, la finestra che la ricerca vera utilizza per affrontare le potenzialità combinatorie del Caos. Levi avrebbe potuto adottare come motto araldico il detto di Karl Kraus: fare di ogni soluzione un enigma.
Voglio dire che Levi non è affatto un neo-positivista più o meno naïf, ma un figlio del Novecento che si misura, sia pure nel suo modo discreto e quasi criptato, le tensioni, le scissioni, le contraddizioni del ‘900. Nelle interviste ha rivendicato più volte la propria natura di ibrido, di anfibio, di centauro, parlando addirittura di “spaccature paranoiche”: tra istanze d’ordine e curiosità trasgressive, abito scientifico e attrazione per l’assurdo. I veri temi di Levi sono il paradossale, l’ambiguo, il capovolto, il mondo alla rovescia delle culture popolari studiate da Giuseppe Cocchiara. Levi rivendica una “flessibilità intellettuale che non teme le contraddizioni, anzi le accetta come un ingrediente immancabile della vita”.
Troppo tardi ci siamo accorti che la storia che Levi ci stava raccontando non è quella di una pacificazione, di una raggiunta serenità, di un superiore equilibrio. È piuttosto una lunga, stoica, silenziosa lotta con l’ombra, col dubbio, col “doppio” che anche un uomo fortemente razionalizzatore portava in sé ma non poteva eliminare, e di cui semmai subiva l’oscura fascinazione.
La doppia funzione di mascheramento e disvelamento che è propria della scrittura (ricordate l’aforisma di Calvino: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”), questa doppia funzione ha lasciato tracce che sono state magistralmente decodificate da Pier Vincenzo Mengaldo, il quale ci ha dato un accurato catalogo dell’uso dell’ossimoro, “massimo omaggio che la razionalità di Levi abbia reso (…) alla complessità ardua, al caos, alla contraddittorietà e all’ambivalenza, irriducibili e conturbanti, che abitano tanta parte della realtà”.
Non è certo un caso che i contributi più innovativi all’interpretazione di Levi siano arrivati e stiano arrivando da una nuova generazione di critici –diciamo tra i quaranta e cinquant’anni, come è il caso di Belpoliti e dei suoi sodali. Questo è accaduto proprio perché questi critici, meno condizionati, meno bloccati dei loro padri, sono riusciti ad andare oltre le semplificazioni di comodo che sino alla fine degli anni ‘80 avevano limitato l’efficacia degli scavi.
Levi scrittore dell’inquietudine, del perturbamento, della messa in discussione, non della pacificazione olimpica. Stefano Levi della Torre ci ha ricordato quanto spavento, quanto senso di dramma incombente sia racchiuso in un titolo come La tregua : che significa intervallo, provvisorio momento di requie tra due sconvolgimenti. Per questo è profondamente errato il titolo dell’edizione americana, The Reawakening, il risveglio, in luogo del corretto ma desueto The Truce.
Per questo Francesco Rosi ha commesso un vero errore critico con il finale del film tratto dal libro, mostrandoci un Primo Levi-John Turturro che torna in una bella casa borghese tirata a cera, ripiega la casacca di deportato, la accarezza come se fosse un plaid di cashmere; poi si siede a un bel tavolo su cui svetta una rosa infilata in un vaso di cristallo, e si mette a scrivere tutto compunto. Sembra che nulla sia successo e soprattutto che nulla possa più succedere, che la pace sia ridiscesa in terra per sempre.
Ma il finale della Tregua è tutt'altro, è l'incubo di Auschwitz che ritorna con l'urlo del comando del risveglio, Wstawacz. Se questo è un uomo è stato scritto non in un confortevole studio borghese, ma in una fabbrica, negli intervalli del pranzo, febbrilmente, con l'incubo di non essere ascoltato, di non essere creduto. E soprattutto Levi non ha scritto per consolarci, ma semmai per agitarci, per metterci in tensione, per farci riflettere, per impedirci di credere alla tranquillizzante menzogna che Auschwitz è stato un caso diabolico ma isolato. Per sua e nostra sfortuna, la storia di questi ultimi anni, da Pol Pot a Milosevic, si è incaricata di dargli ragione.
E tuttavia anche la banalizzazione cinematografica di Rosi è rivelatrice. In termini leviani, è un errore utile perché riflette l’ultimo e il più grave dei fraintendimenti, quello che ci tocca tutti da vicino. La nostra colpa, il nostro alibi.
Tanta era l'altezza morale del Testimone, tanta la sua civiltà e dignità, che ci è venuto spontaneo delegare a lui la risoluzione del dilemma terribile che si alza dai suoi libri: è questo l'uomo? è il tedesco colto e “perbene” che pianifica lo sterminio con rigore burocratico? Ma anche l'ebreo prigioniero che diventa kapò, che collabora per guadagnare una settimana o un mese di vita? Auschwitz è stato un accidente della Storia, oppure è una modalità inscritta nel DNA umano, un gene deviante pronto a scatenare la metastasi, riconducibile alla pulsione di morte, al piacere sadico descritto da Freud ? (nome, si badi, che freudianamente Levi non pronuncia mai direttamente, limitandosi ad accennare al suo fastidio per la psicoanalisi). La grandezza morale di questo Montaigne del ‘900 era tale da provocare nel lettore un effetto di catarsi, quasi di pacificazione: l’orribile, l’incredibile era avvenuto, ma fin che alle sue porte infere vegliava un Custode di questa altezza, tutto poteva ridiventare accettabile.
Abbiamo firmato una delega in bianco a quel Giusto tra i Giusti. Lui, campione dell'umano, garantiva e pensava per tutti. Ma a lui chi pensava? Chi poteva dividere con lui il fardello angoscioso su cui si è arrovellato per quarant’anni? Questo fardello non lo portavano certo i nichilisti alla Cioran, i quali potevano soltanto rispondere, alzando le spalle, che loro lo sapevano già; non i marxisti già sgretolati dal dubbio che tra progetto sociale e biologia umana ci sia un qualche scarto incolmabile; non i pensieri deboli del ‘900; non lo spensierato edonismo delle società occidentali, quant’altre mai refrattarie a fare davvero i conti con il passato, fino in fondo.
Primo Levi è rimasto solo a girare intorno a quelle domande tremende, sino all’approdo definitivo dei Sommersi e i salvati, libro fondativo e necessario se mai ne sono stati scritti. Solo con l’angoscia di vedere che i ragazzi di una scuola che ha abolito il senso della profondità cronologica lo guardavano con rispettosa perplessità, come un reperto archeologico, emerso da chissà quali ere; solo con il perdonismo buonista del revisionismo storico; solo con i sensi di colpa del sopravvissuto, del salvato che non si sente autenticato a rappresentare i migliori, i sommersi inghiottiti dalla macchina perversa appunto perché migliori; solo di fronte a un mondo che, proprio in virtù della sua stessa analisi, gli si configurava come un’immensa zona grigia: la zona della collaborazione, dell’alibi, del compromesso, della viltà morale.
Parlare della ricezione dell’opera di Primo Levi nel mondo significa dunque riaffermare ancora una volta il nostro debito nei suoi confronti; dire ancora una volta, ancora meglio, che la lunga, silenziosa, stoica lotta con l’ombra, con il dubbio, è destinata a non finire mai. Che questo è il compito che ognuno di noi, in prima persona, non può eludere.
(Intervento inaugurale al Convegno Diffusione e conoscenza di Primo Levi nei paesi europei, Torino, 9-11 ottobre 2003)
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